Afro Basaldella

Afro, Un pittore giudica l’architettura, in “L’Architettura III”, febbraio 1958, n. 28, p. 708.

dicembre 17, 2018

L’articolo è un estratto di alcune considerazioni di Afro sull’architettura, pubblicato nella rivista di Bruno Zevi “L’Architettura”.

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Pittura e architettura – I miei quadri sono esposti in genere molto male. Non entro neanche in merito al malcostume della grandi esposizioni collettive dove le opere si affollano come in un gigantesco autobus: e, per amore di carità, non parlo nemmeno di certi collezionisti che piazzano i loro quadri con la stessa fantasia con cui riempiono un vaso di fiori o rimuovono le tende verdi del salotto. Accenno ad un luogo ideale, dove un quadro mio o di ogni pittore che intenda lo spazio come me, potrebbe essere conservato e contemplato. Si tratta di una parete ideale su cui un mio quadro non sopporterebbe la vicinanza di nessun altro, neanche dei miei. Ogni quadro esprime un mondo e possiede una carica fantastica singolare e irrepetibile. Gli accostamenti attuabili con un lieve volger d’occhi sono sempre assurdi e ingiusti. E, a parte questo rispetto spaziale, l’opera può e deve vivere ogni giorno, con ogni luce diversa, la vita della casa, deve divenire familiare come un cassetto di ricordi, un giardino dietro le inferriate, un ramo fiorito che si affacci ai vetri. I miei quadri contengono già abbastanza vita atmosferica e fantastica per non aver bisogno di un illuminazione semplice, chiara, e diretta. I miei quadri dovrebbero essere illuminati direttamente dalla luce del cielo, il mio museo ideale è un edificio senza tetto. Cruda e semplice come la luce del cielo dovrebbe essere la parete dove il quadro si appoggia: un timbro neutro ed esaltante, il più “vero” possibile, appunto per circondare ed isolare la pittura che è la cosa più ‘“falsa” perché è quella che assomiglia di più alla coscienza.

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