Afro Basaldella

Lionello Venturi, Otto pittori italiani, 
De Luca EditorI, RomA, GIUGNO 1952, pp. 9-10.

dicembre 17, 2018

Il Gruppo degli Otto nasce nel 1950 dalle ceneri del gruppo d’avanguardia Fronte Nuovo delle Arti, come risposta alla necessità che accomunava i pittori italiani Giuseppe Santomaso, Renato Birolli, Ennio Morlotti e Afro, di tracciare una terza via in contrapposizione tanto con i neorealisti quanto con gli astrazionisti geometrici. Nel 1952, mosso dall’idea di marcare la presenza del gruppo alla Biennale di Venezia (benché non prevista) e convinto della necessità di una pubblicazione che sostenesse la loro visione, Afro suggerì di prendere contatti con l’editore De Luca. In aprile Antonio Corpora convinse Venturi a scrivere per loro un testo di presentazione. Afro dà quindi ampi ragguagli al critico sul gruppo, e il 2 maggio scrive a Birolli: “Abbiamo avuto col Venturi uno scambio di idee molto simpatico alcuni giorni fa, prima che si accingesse a scrivere”1. Il testo rifletterà chiaramente le idee di Afro riguardo alla sua pittura di quel periodo. L’assenza dalla presentazione di un chiaro riferimento al binomio “astratto-concreto”, benché implicito nella concezione esposta da Venturi, si spiega come diretta conseguenza dei dubbi di quest’ultimo sulla reale coesione artistica degli Otto2. Morlotti uscì dal gruppo nel maggio del 1953; questo evento, insieme all’incapacità di assicurare nuovamente una presenza alla Biennale del 1954, e riconosciute le distanze tra i singoli artisti che non condividevano integralmente gli stessi fini pittorici, portò alla dissoluzione del gruppo nel 1954. Il testo che segue è l’originale versione italiana della presentazione multilingue di Venturi del 1952.

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Afro, Birolli, Corpora, Moreni, Morlotti, Santomaso, Turcato, Vedova appartengono alla generazione che giunge ora alla maturità; sono tutti tra i 30 e i 45 anni. Il loro modo di dipingere è attuale e le loro opere possono essere considerate tra le più rappresentative del gusto italiano odierno in pittura. Esse mi piacciono molto, ma non sono affatto una mia scoperta perché oltre che a me piacciono a numerosi amatori in Italia e fuori. Ne scrivo perché accetto il mio compito di critico, di cercare adesioni al mio giudizio, sempre più vaste e fondate. D’altra parte non è qui il luogo di ricostruire la personalità di ciascuno, di fare in qualche modo la storia artistica 
di ognuno di essi; ma piuttosto di giudicare la direzione del loro gusto e di giustificarlo agli occhi del pubblico.
Essi non sono e non vogliono essere degli astrattisti; essi non sono e non vogliono essere dei realisti: si propongono di uscire da questa antinomia che da un lato minaccia di trasformare l’astrazione in un rinnovato manierismo, e dall’altro obbedisce ad ordini politici che disintegrano la libertà e la spontaneità creativa. Come il lettore può vedere dalle opere qui riprodotte gli otto pittori su nominati adoperano quel linguaggio pittorico, che dipende dalla tradizione iniziatasi attorno al 1910 e comprende l’esperienza dei cubisti, degli espressionisti e degli astrattisti.
È il linguaggio tipicamente attuale, che essi usano secondo un ideale comune, che è poi quello di valersi di tutte le possibilità che offre loro la pittura senza rinunzie preconcette, con l’occhio attento a eseguire quello che la loro sensibilità detta. Se nel loro arabesco l’immagine di una barca o di qualsiasi altro oggetto della realtà può essere inclusa, non si privano dell’arricchimento che quell’oggetto può dare alla loro espressione. Se essi sentono il piacere di una materia preziosa, di un accordo lirico di colore, di un effetto di tono, essi non vi rinunziano. Non sono dei puritani in arte, come gli astrattisti, accettano l’ispirazione da qualsiasi occasione e non si sognano di negarla.
Eppure essi rimangono fedeli al principio, che è essenziale per l’arte moderna, e cioè che una pittura vale anzitutto per le sue linee, per le sue forme e per i suoi colori, per quella coerenza di visione che è l’intima forza di ogni opera d’arte dipinta. I piaceri della bella materia o dell’esperienza della realtà devono essere subordinati alla coerenza formale, e possono esserne un accompagnamento opportuno se non pretendono di prevalere.
La visione degli otto pittori non ha quindi mai tagliato i ponti 
con la vita dei sensi e dei sentimenti, non è mai diventata un semplice gioco dell’immaginazione, e rivela sempre quell’impegno morale, totale, disinteressato, che è necessario all’opera d’arte.
Tutto ciò che in arte è autentico, spontaneo, vissuto, è riconosciuto con difficoltà e lentamente. E poiché questi otto pittori non ripetono né ciò che la natura offre perché sia copiato, né 
ciò che le tradizioni secolari hanno preparato per la comprensione universale, anche essi soffrono d’incomprensioni e d’ingiuste avversioni. Vorrei che prima di giudicarli ciascuno cominciasse a togliersi il cappello davanti alla loro serietà morale e ai loro sacrifici. Non sono essi i “chierici” che tradiscono. E soltanto quando il pubblico avrà una migliore educazione morale, anche prima che artistica, l’arte di questi giovani ardimentosi, coerenti, laboriosi e tenaci, sarà compresa e apprezzata al suo giusto valore.

Roma, 2 maggio 1952

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